MAL D’AFRICA IN VALIGIA

(Scritto da Denise F. per il progetto “Donne divergenti”)

Destinazione: KENYA, Watamu

Durata: 21 giorni

Trasferimento: Lungo, ma ne vale la pena

«Sono partita senza essere bene a conoscenza di ciò che mi aspettava, un po’ per sana incoscienza, un po’ per spirito di avventura, perché preferisco essere colpita dalla realtà che dai racconti di qualcun altro. Intanto mi batto la spalla da sola perché sono partita per 20 giorni con un solo bagaglio quasi a mano! Sfido la maggior parte delle donne italiane a fare altrettanto! Mi stimo e m’incoraggio! “Tappine” e costume! Durante i vari scali osservavo orde di italiani medi, riconoscibilissimi dalla quantità di enormi bagagli inutili al seguito. Spero solo avessero qualcosa da lasciare in questa meravigliosa terra. Infatti, appena arrivata all’aeroporto di Mombasa, ho provato quella strana sensazione di totale disinteresse per l’abbigliamento, perché comunque tutti sono vestiti a “membro di segugio”, piedi che chiedevano libertà e caldo soffocante. Peggio di Palermo quando c’è Scirocco. Ma non ero andata via dalla Sicilia?

Il tassista che mi portava a Watamu è stato un ottimo conversatore, mi ha tenuto parecchia compagnia nelle due ore di viaggio, peccato parlasse solo Swahili e Inglese. Lì ho scoperto che quel caxxo di corso, che ho iniziato solo due mesi prima, non mi ha aiutato a raccogliere i frutti della conoscenza. In ogni caso sono riuscita a carpire che fare l’autista non è il suo impiego principale, che ama l’Italia, e di questo non se ne coglie ragione, che forse è sposato con figli, ma forse. Credo di dover ripassare al corso di Inglese.

Per me, che vengo da una grande città, il trovarmi lungo la strada che da Mombasa raggiunge Watamu, con i suoi spazi aperti, le foreste, la savana, ed un’urbanizzazione approssimativa e abbozzata, pur nella loro irregolarità e imperfezione questi luoghi mi hanno suscitato una grande sensazione di libertà, nel senso più ampio del termine. Non c’è una cosa che funzioni o fatta come si dovrebbe. Per noi che proveniamo da un paese dove è normata anche la carta igienica, non è meraviglioso tutto ciò?

Jacaranda Road è stata la mia destinazione, ho scelto intenzionalmente di non soggiornare in un resort proprio per non avere la sensazione di sentirmi un tonno in scatola, e non poterne uscire a mio piacimento, pertanto la mia scelta è stata una stanza in una villa gestita da due italiani, un Palermitano ed un Padovano. Quando si dice che Nord e Sud non parlano la stessa lingua! Beh, non è così e loro lo hanno capito, e si sono capiti benissimo! Si chiama “Mama Africa B&B”, e loro sono Daniele e Michele, due ex funzionari di banca “scappati” dall’Italia…e chi può biasimarli?

Dopo aver apprezzato la location e l’accoglienza, ho lanciato i vestiti ed indossato “tappine e costume”; ho avuto la gran fortuna, no no scriviamolo pure “il gran culo”, di alloggiare a due passi dalla spiaggia di Seven Island, chiamata così proprio perché sono visibili 7 atolli raggiungibili a piedi, durante la bassa marea. La sensazione di essere un piccolo puntino bianco pallido in mezzo ad una immensa e luccicante spiaggia bianca non è affatto facile da descrivere. L’ Oceano Indiano mi ha folgorata con i suoi colori e fu subito amore e Splash. Avviso le future viaggiatrici che lo Splash è possibile solo ogni 5 ore, altrimenti con la bassa marea, camminando camminando, il tuffo lo fate in Madagascar.

Il mio viaggio non è stata solo una vacanza, ma una vera e propria avventura, un’esperienza di vita, non da turista, ma da ospite, che in punta di piedi ha tentato di carpire e capire le usanze, le abitudini, la cultura di un popolo, questo grazie anche alla conoscenza di Daniele e Michele che, ormai integrati nel posto, mi hanno saputo suggerire destinazioni e curiosità. Durante la mia permanenza, nella villa, ho incontrato una serie di ospiti provenienti da diverse parti del mondo, con cui ho stretto amicizia. C’era l’Uganda, la Puglia, la Germania. Il mio istinto di sopravvivenza ha avuto la meglio, posso dichiarare di avere imparato più Inglese in tre settimane “Aggratisss” a Watamu che in due mesi con un corso di 142,00 euro a rata.

Ho “assaporato” colori e odori particolari in vari momenti della giornata, come le colazioni a base di frutta (mango, ananas, banane ”minions”, passion fruit), cocco, mandazicon, frullati; le cene swahili a base di: riso al cocco, chapati, cachumbari, fagioli, muchicha, ugali, kuku (pollo), samaki (pesce); le passeggiate con il Tuc-Tuc (la nostra moto-ape) o in Bajaji (il nostro motorino). 

Momenti di convivialità che hanno arricchito le mie conoscenze e mi hanno portata ad entrare nel vivo dei villaggi come quello di Timboni, poco distante da Watamu, dove abbiamo organizzato una festa per i bambini e distribuito vestiti, cantando la tipica canzone kenyota “Jambo Jambo Bwana”. A ritmo di percussioni, create “a modo” dagli stessi bambini (latte vuote di vernice, lattine, coperchi di pentole, rami come bacchette). L’entusiasmo ha preso il sopravvento, i sorrisi e le loro voci mi hanno regalato gioia e serenità infinita. Emozioni che si sono ripresentate quando sono andata a visitare la scuola “Sawa-Sawa”, alla quale gruppi di italiani danno sostegno per l’istruzione ai bambini , coordinati proprio dal gestore della villa in cui ho soggiornato. E ancora tante emozioni quando ho partecipato con l’associazione ADK Onlus “Amici del Kenya” ad una spedizione per la distribuzione di cibo, saponi, vestiti e giocattoli al villaggio di Bomani, a Magarini. I bambini hanno fatto una gran festa quando siamo arrivati (e’ incredibile la gioia di vivere che hanno, nonostante tutto).

Ho anche preso parte all’inaugurazione di un pozzo costruito con gli aiuti dei volontari…Insomma posso dire di aver anche lavorato, considerato che la mia professione è quella di Assistente Sociale. Mi sono proprio trovata nel posto giusto al momento giusto.

Escursioni: 

  • Snorkeling oltre il reef: ho affittato una barchetta a vela di legno, o meglio una canoa a vela, anzi un tronco di legno scavato, la cui vela era rappresentata da un pezzo di stoffa con una variante di buchi folkloristici, insieme a due donne inglesi che vivono in Uganda. E qui il mio inglese ha preso il sopravvento!! Il nostro skipper, un pescatore di un età indefinita, coadiuvato dal figlio di circa 11 anni che fungeva da mozzo (ciò si configura come “sfruttamento minorile”…ops, scusate…deformazione professionale!). Ci ha portate al largo, oltre il reef, dove abbiamo fatto snorkeling senza avere la lieta compagnia di squali o barracuda. Le sensazioni sono state molteplici: dall’indecisione sul “mi butto o non mi butto?”, al “ma chi se ne frega”. Ha avuto la meglio la seconda, quindi nuotando tra i vari fondali ho potuto fare conoscenza con lui, si lui, proprio lui, il temibile polpo (Octopus). Gnam Gnam! Tra pranzo e cena ho perso il conto: zuppa di polpo, sugo di polpo, polpo fritto, polpo arrostito, polpo farcito, polpo in insalata. Insomma lascio a voi un po’ di immaginazione.
  • Blue Safari: questa volta si trattava di un peschereccio “azzizzato” a yatch ultimo grido, su due piani; partenza ore 8:30 dalla spiaggia di Blue Bay , che confina con la spiaggia Garoda, ma da buona cultura africana non siamo saliti prima delle 10:00. La cultura africana e’ un po’ come la cultura meridionale, si fa tutto “piano piano”, in swahili “pole pole”. Insieme ad altri ospiti della casa abbiamo assistito al passaggio di una famiglia di delfini, un esperienza che personalmente avevo già vissuto nel mio viaggio a Mauritius; abbiamo fatto snorkeling e pranzato in un isolotto circondato dalle mangrovie; un pranzo più che soddisfacente: riso al cocco con sugo di polpo e ancora polpo, gamberi, e aragosta. Facendo snorkeling puoi ammirare il blu cristallino di questo oceano per poi arrivare nella spiaggia di Mida Creek, una delle più suggestive del Kenya. E’ un’ insenatura fitta di mangrovie, con le sue distese di sabbia bianchissima, questa era la meta del nostro pranzo, dove abbiamo gustato una grigliata di pesce fresco. Nell’avvicinarci alla costa, da lontano, scorgo i fenicotteri rosa e la mia eccitazione cresce a dismisura, quando spiccano il volo davanti ai miei occhi l’eccitazione raggiunge il suo apice. Anche questo giorno si può dire che abbia superato le aspettative.
  • Gede e Villaggio Masai: Il penultimo giorno ci aspetta un’altra escursione insieme a Roberto, la prima tappa sono le rovine di Gede. In una foresta, tra piante curative di chimino, sequoie e baobab, ci sono le rovine di un’antica città araba, dove gli unici abitanti rimasti sono delle meravigliose e simpatiche scimmiette, sempre pronte ad avvicinarsi in cambio di qualche banana. La bellezza di un luogo sta anche nella popolazione che lo vive e, viste le meraviglie che il Kenya può offrire, non poteva che essere le case del popolo Masai. Spontaneo, nati pastori nomadi, popolo fiero e nobile, le cui tradizioni e valori sono rimasti sostanzialmente intatti nel tempo. Conoscere un Masai è un’esperienza incredibile; un popolo che ti accoglie in casa sua, ti fa conoscere le sue tradizioni, creando un’aura di mistero e fascino che vale sicuramente la pena di provare.
  • Safari a Tsavo Est: dove ci si rende conto di essere arrivati nella vera Africa. La terra ha un colore fantastico, un rosso fuoco! Ai primi avvistamenti di animali Dik-Dik, simili ad antilopi, e in lontananza quello che sarà il mio lodge, mi avvolge  una miriade di emozioni. L’emozione più forte è quando vedo una mandria di elefanti che camminano verso di noi (ero all’interno di una jeep con altri spettatori, proteggendo il loro piccolo. L’intero safari è un continuo susseguirsi di emozioni, vedere questi animali liberi e fieri.  Sulla via del ritorno, ormai tranquilli,  ci  imbattiamo in un leone ed una leonessa, che spettacolo! Lui ci fissa con i suoi occhioni per qualche istante e poi,  con un’andatura fiera ed orgogliosa, passa davanti la nostra jeep. Io mi sono sentita così piccola ed appartenente ad una razza animale “super inferiore”. A metà giornata ci dirigiamo poi allo Tsavo ovest, lungo la strada si attraversano un’infinità di villaggi e qui il Kenya ti tocca veramente il cuore, i bambini ti salutato con la loro manina gridando “JAMBO”* e corrono incontro all’auto, nella speranza di ricevere qualcosa. Si vedono case di legno, orfanotrofi, scuole un mondo lontano dal nostro, anche troppo lontano.

Il Kenya è un paese che ti avvolge con i suoi colori e  i suoi odori, riesce a trasmettere emozioni intense…ebbene si, il “Mal d’Africa” esiste veramente.

Consigli: 

  • nessun vaccino effettuato; 
  • all’aeroporto comprate la sim Safaricom si risparmia molto per chiamare;
  • cambiate i soldi in scellini kenyoti, sempre in aeroporto. Si risparmi con il cambio e sono più facili da usare rispetto ad euro/dollaro;
  • sarebbe meglio effettuare più giorni di safari e visitare anche Amboseli, un parco vicino ma cambia molto la vegetazione;
  • beach boys: armatevi di santa pazienza! Finché non comprerete qualcosa da loro non vi lasceranno in pace, ma sono simpatici. Per qualsiasi cosa vogliono la mancia quindi almeno all’inizio fate orecchie da mercante;

La mia esperienza si è ripetuta dal 31 gennaio 2020 a 27 Febbraio 2020, ebbene si, questa volta un mese! E si ripeterà ancora perché sono diventata Segretario Generale dell’ Associazione DROPS, Organizzazione di Volontariato. Ci occupiamo di tutti quei bambini conosciuti nel precedente viaggio, fornendo loro assistenza sanitaria, assistenza scolastica e tanto altro.

To be Continued…»

di Denise F. (nella foto i bambini di Timboni)

*Ciao in Swahili

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